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Il senso dell’abitare alla Biennale di Architettura 2016

11 novembre 2016
Biennale di Architettura di Venezia, Arsenale

Quest’anno la Biennale di Architettura 2016 di Venezia è stata, per me, una riflessione sul senso e sui modi dell’abitare. Il punto di partenza per esplorare il significato di quello che può chiamarsi casa o che può diventare casa, anche nella sua forma più transitoria. Di quello che il design e l’architettura devono provare a fare per migliorare un’abitazione e per far sì che le persone che la vivono possano stare bene – o stare meglio – al suo interno.

Manca poco meno di un mese alla chiusura della mostra internazionale di architettura di Venezia curata quest’anno dall’architetto cileno Alejandro Aravena e chi avrà la fortuna di girovagare per la laguna veneziana e le sue calle, riempiendosi gli occhi di bellezza, non dovrebbe perdere l’occasione di conoscere il tema che l’ha animata e alcuni dei suoi interessanti progetti.

Il tema è ambizioso, Reporting from the front. E la sua lettura è molteplice.

L’architettura ha il compito e la responsabilità di tener conto della qualità della vita di chi la abita. Deve poterne abbracciare l’utilità sociale, non deve tralasciare il rapporto con il territorio e le sue risorse naturali, deve provare a migliorare la vita del singolo e allo stesso tempo prendersi cura del bene comune.

Elogio alla varietà
Una casa è anche il luogo dei ricordi, della storia di ognuno, della diversità che contraddistingue la vita delle persone. Il progetto Hilariopolis (Arsenale, Corderie) dello studio rumeno ADNBA vuole essere anche questo: una critica alla standardizzazione edilizia che in passato ha caratterizzato il mercato immobiliare e la vita della città di Bucarest o anche detta Hilariopolis, ovvero Città della Gioia. È proprio da quella gioia intrinseca nel suo nome che secondo ADNBA deve partire una rilettura dell’abitare, la celebrazione della sua eterogeneità e l’esaltazione della qualità della vita, contro una “apparently inoffensive traditional middle-class housing”, un apparentemente inoffensivo tradizionale settore residenziale delle classi medie. Bellissimo il modellino in cui è visibile interno ed esterno di un complesso residenziale, in cui è possibile curiosare con occhio voyeur, nelle stanze, nelle case, nelle vite degli altri.

Progetto Hilariopolis dello studio rumeno ADNBA, Biennale di Architettura di Venzia

Un particolare del modellino del progetto Hilariopolis dello studio rumeno ADNBA, Biennale di Architettura di Venezia 2016

Cinque modi diversi per vivere una casa
Home Economics, Economia Domestica
è il titolo dell’esposizione del Padiglione britannico. Una riflessione (provocatoria) sul modo in cui la casa può essere vissuta a seconda del tempo della sua occupazione. Ore, giorni, mesi, anni, oppure decadi. Life is changing; we must design for it: cinque curiosi progetti di casa in scala 1:1 che traducono, a livello architettonico, alcune tra le più contemporanee esigenze sociali, derivanti dalla differente composizione di ogni nucleo familiare, dall’età dei suoi componenti, dalle loro esigenze di lavoro e dall’uso che fanno della tecnologia. . Il mood della casa Ore: “non possedere nulla, condividi tutto”. Le altre, le trovi qui.

Particolare del Progetto Yokohama Apartments (Yokohama, 2009) nel Padiglione Giappone, Biennale di Architettura di Venezia 2016

Particolare del Progetto Yokohama Apartments (Yokohama, 2009), Padiglione Giappone, Biennale di Architettura di Venezia 2016

Una casa da condividere
Un invito a trovare nuove reazioni tra le presone e tra le persone e la propria casa, creando una rete sociale basata sulla solidarietà e la condivisione, al di là del concetto di proprietà privata. Tra i progetti proposti quello di Naka Architects, Appartamenti un piccolo ristorante (Tokio, 2014). Un ufficio condiviso, un caffè e 5 piccoli appartamenti collegati da un vialetto, che li collega ma non li separa dall’esterno, nell’ottica di un edificio aperto, dove la relazione comunitaria diventa la base per la vita quotidiana. Yokohama Apartments (Yokohama, 2009): un edificio in legno con appartamenti in affitto e uno spazio comune per abitare, creare e ospitare, un open space sottostante e in gestione condivisa, a cui le case sono collegate tramite un sistema articolato di scale a vista che crea continuità ‘sociale’ tra i due ambienti.

Un mondo davvero possibile?

E poi, tanti altri progetti da scoprire per continuare a riflettere: l’affascinante e sostenibile uso della terra cruda con il progetto di Anna Heringer in Bangladesh, il significato e il valore sociale, urbanistico e civile del recupero di strutture di peacekeeping ONU con Blue, Design for Legacy di Malkit Shoshan e ancora Ephemeral urbanism: cities in constant flux, che presenta la vita transitoria o “effimera”, ma di immenso impatto sociale e urbano, creata da Kumbh Mela, un pellegrinaggio religioso hindu che dà vita ad un agglomerato di ben sette milioni di persone e dura meno di due mesi.

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